CONTRASTARE
I RISCHI
DI DECLINO INDUSTRIALE
La crisi dell’industria, oltre a coinvolgere
la grande industria nazionale in tutti i principali settori, dall’auto
alle TLC, dalla chimica alla moda, fino ad assumere la connotazione
di un vero e proprio declino, investe con ancora maggiore violenza
i sistemi di minore impresa, come quelli che caratterizzano il nostro
territorio, con costi occupazionali e sociali che già oggi
sono pesanti e che potrebbero divenire pesantissimi. Alla situazione
sopradescritta, va aggiunta la considerazione di un cambiamento
epocale nei sistemi lavorativi, a partire dall’introduzione
di nuove tecnologie, aumento della scolarizzazione dei lavoratori
che cambiano oggettivamente la domanda di lavoro, l’introduzione
nella legislazione di nuovi rapporti di lavoro a partire dai lavori
atipici ecc. Nello stesso tempo la richiesta prevalente a Pistoia
è quella di manodopera tradizionale con bassa scolarità.
Di qui l’esigenza di porre ai nostri interlocutori,
imprenditoriali e istituzionali, la necessità di affrontare
con una visione d’insieme le difficoltà del nostro
sistema produttivi, convinti come siamo, che affrontare le crisi
che si profilano, azienda per azienda, non sia più né
efficace né sufficiente.
Intendiamo porre quest’esigenza in modo forte anche per contrastare
una convinzione che si è diffusa nella nostra Provincia,
forse più che in altre, che la ricchezza di un territorio
sia più condizionata dalla presenza e dallo sviluppo del
terziario più che dal peso e dalla qualità del suo
apparato produttivo. In realtà il peso dell’industria
è tuttora consistente nella nostra realtà, se stiamo
ai dati, seppure provvisori, del censimento 2001, e nell’economia
della nostra Provincia il ruolo dell’industria è tutt’altro
che marginale.
Gli addetti del settore industriale sono 38800 pari al 14.9 per
cento della popolazione e che corrisponde ad oltre il 38 per cento
degli addetti totali. Un dato che ci pone al di sopra della media
regionale, al terzo posto in Toscana dopo Prato e Arezzo, e al 27°
posto in Italia. Al livello di regioni a forte vocazione industriale
come il Piemonte. Se ne misuriamo il peso nell’ambito dei
singoli SEL, questa incidenza aumenta ulteriormente per l’area
urbana Pistoiese. Anche il SEL della Valdinievole ha comunque una
densità di lavoro industriale poco sotto la media regionale
e comunque assai rilevante.(37.5 % sugli addetti totali)
La situazione di crisi, congiunturale e non solo, che investe l’industria
italiana e in maniera ancora più marcata quella Pistoiese
e toscana, è quindi un problema assolutamente rilevante nel
nostro territorio.
Definire con esattezza le dimensioni della crisi
congiunturale in atto nel territorio, come tentare delle analisi,
così come valutarne invece i possibili tratti di tipo strutturale
non è agevole in quanto mancano molti dati riferiti in specifico
al territorio. Analisi e dati sono per lo più a dimensione
regionale (IRPET) mentre sul piano locale i dati di Provincia e
CCIA, basati spesso sulle previsioni aziendali e le attese di occupazione
e sviluppo, rischiano di non cogliere la realtà del presente.
Possiamo solo tentare qualche raffronto utilizzando i rilevamenti
e le analisi sulla situazione Toscana e paragonarli con alcuni misuratori
della realtà locale disponibili, come occupazione e ricorso
alla CIG, e alcune rilevazioni di Assindustria su esportazioni e
produzione su base campionaria. Una valutazione dovrà quindi
essere fatta su queste comparazioni possibili rispetti ad una situazione
abbastanza omogenea come quella regionale e sulle cognizioni sul
campo, storia delle imprese significative, andamenti delle stesse
e crisi in corso, il “sentire” degli imprenditori e
dei lavoratori. Per un’analisi più attenta, occorrerebbe
senz’altro affidare un’indagine ad hoc in grado di valutare
i dati disponibili ed in particolare disaggregarli nelle varie tipologie
già praticate e in relazione alle nuove forme – indeterminato,
flessibile, atipico, ecc. ecc. con una valutazione inoltre della
“qualità” del lavoro stesso.
Consideriamo quindi quei dati disponibili di raffronto
per valutare la specificità della situazione Pistoiese rispetto
a quella toscana:
- andamento della produzione:
Nel periodo gennaio settembre 2002 (su pari periodo 2001)il dato
di Assindustria parla di – 2.9 % a fronte di un dato nazionale
(ISTAT Gennaio- Novembre di – 2.3 % e Toscano – 2.6%
Il periodo non è esattamente confrontabile ma parrebbe ulteriormente
svantaggioso in quanto le prime stime parlano di un calo di produzione
ancora più significativo nell’ultimo trimestre 2002.
-Export:
seppure i dati sono aggregati in modo diverso si può valutare
il calo delle esportazioni in linea con quello regionale per il
settore moda (15% tessile e cuoio-pelli-calzature) mentre emergono
differenze sostanziali in tutti gli altri comparti:
- Meccanica Toscana + 1,6 Pistoia –21,5
- Chimica Toscana - 3,7 Pistoia –31
(Gomma e plastica, considerati a parte nei dati Assindustria, –7,1)
- Mobile Toscana – 2.3 Pistoia –9
Si discosta di molto anche il valore dell’esportazione dei
mezzi di Trasporto (Toscana + 5% Pistoia +36.3% che è però
un dato riferibile alla sola ANSALDOBREDA) In questi dati di export,
cogliamo a nostro giudizio il fenomeno della delocalizzazione che
nella nostra Provincia sta assumendo un aspetto di quantità
notevole e di lunga durata.
- mercato del lavoro:
i dati diffusi a livello Regionale parlano di una crescita degli
occupati che, seppure rallentata, è proseguita per il primo
semestre 2002 e che solo nel secondo semestre ha invece registrato
una crescita zero. In questa Provincia il dato è senz’altro
peggiore e non poco. Pur con la cautela necessaria visto che i dati
sono ufficiosi e provvisori, relativi al solo primo semestre 2002,
il quadro appare abbastanza chiaro. Per la prima volta da anni il
numero delle cessazioni di lavoro è superiore di circa 1000
unità rispetto alle assunzioni, (nel 2001 il saldo positivo
fu di oltre 2500 unità) registrando una perdita secca di
occupati. Dato che non a caso equivale al numero di cessazioni per
chiusura di azienda e per riduzione di personale nello stesso periodo.
Oltre la metà di questi sono riferiti al settore manifatturiero,
in prevalenza nel comparto moda, e seguono sostanzialmente i saldi
passivi avviamenti-cessazioni per settore. Emerge con prepotenza
la perdita di posti di lavoro nell’industria che vengono solo
in parte travasati verso piccole attività con il conseguente
cambiamento di status della persona –da lavoro subordinato
con contratto indeterminato a lavoro a tempo o lavori atipici o
attività in proprio -.
Qualche considerazione merita anche una prima valutazione sulla
qualità del lavoro offerto. In particolare la tipologia dei
contratti di lavoro costituita per il 70% da lavoro a termine, all’interno
del quale i CFL hanno un ruolo assolutamente marginale. (il 2.2%)
Di contro le causali di cessazioni di lavoro per fine contratto
sono circa un terzo del totale, il che ci porta a dire che è
in corso un vero e proprio processo di sostituzione fra lavoro stabile
e lavoro temporaneo. (Su questo potrà senz’altro incidere
anche un’aspettativa di parte imprenditoriale delle nuove
norme sul mercato del lavoro , ma è anche sicuramente frutto
dell’incertezza sulle prospettive, come emerge con chiarezza
nelle interviste alle imprese della indagine Excelsior della CCIA.)
A questo va aggiunta la crescita esponenziale del lavoro atipico
che ha superato le 15.000 unità, per gran parte costituito
sostitutivo di lavoro dipendente, ma anche la crescita del lavoro
sommerso e irregolare, rilevato dalle ispezioni di Ispettorato del
lavoro e INPS. Particolarmente significativo che secondo lo stesso
Istituto il 50% di questi lavoratori abbia più di 40 anni
sfatando un altro luogo comune che descrive i collaboratori come
una particolare figura di transito nel mondo del lavoro in attesa
di stabilizzazione futura.
Ciò significa che è cambiata la tipologia occupazionale
che si sta estendendo anche nella nostra provincia; in particolare
è presente una forma di flessibilità marcata che se
non accompagnata da maggiori tutele rischia di sconfinare semplicemente
nel lavoro precario.
Questa tendenza sta aumentando in modo esponenziale.
Queste considerazioni non possono non estendersi in termini di preoccupazione
al tema della sicurezza che ha fatto registrare in provincia di
Pistoia ben 5 morti in 5 mesi che hanno colpito prevalentemente
categorie più “esposte” come lavoratori immigrati
o, come nell’ultimo caso CO.CO.CO. Riteniamo che su questi
aspetti vada intensificata l’azione concertata di tutti responsabili
istituzionali, ma anche delle Associazioni di rappresentanza.
Sul “lavoro Immigrato”
è necessario un capitolo a parte: Le lungaggini burocratiche
ed i limiti della legge “BOSSI-FINI” (impossibilità
di dimettersi e cercare un nuovo lavoro pena l’espulsione,
i ritardi nelle regolarizzazioni) lungi da cogliere gli obiettivi
di riduzione della clandestinità, corrono il rischio di aumentare
il fenomeno, con rischi di evidente distorsione del mercato e della
concorrenza che le cronache della nostra provincia già stanno
evidenziando.
Il dato di comparazione del ricorso
alla CIG fra i periodi gen-sett. 2001/ 2002 è altrettanto
significativo: a fronte di un aumento regionale della CIGO ordinaria
nel settore industriale del 78% nel periodo gennaio novembre 2202
sullo stesso periodo 2001, il dato Pistoiese (riferito al periodo
gennaio-settembre) parla di un aumento del 134%. Se consideriamo
le CIGS, cioè lo strumento di intervento per crisi aziendali
strutturali, con il solito metodo di comparazione, a fronte di un
dato regionale che registra una diminuzione del 37% quello pistoiese
rileva un leggero aumento (+ 3 %), anche se l’importanza di
questo valore è relativa per il numero ridotto di aziende
in grado di acceder a questo strumento.
Considerando complessivamente il ricorso alla CIG (ordinaria + straordinaria)
il dato regionale si attesta su un aumento del 15.8% quello pistoiese
su un aumento del 53.8%.
Per un paragone sull’industria italiana i valori sono di un
aumento della CIGO del 48%, della CIGS dello 0.5%, complessivo (CIGO
+ CIGS) del 23.5%
A dettare queste differenze significative sono soprattutto
i settori della chimica, della metallurgia e della meccanica (che
moltiplicano da 5 a 8 volte il loro ricorso alla CIGO) mentre il
settore moda è in posizione intermedia tra il dato nazionale
e quello toscano. Se consideriamo il dato aggregato (CIGO + CIGS)
il settore moda, nel territorio provinciale, registra addirittura
una riduzione del ricorso del 40%, quindi l’incremento è
in massima parte riferito ai settori meccanico e, in misura più
ridotta, chimico.Vi è da aggiungere una riflessione sul settore
artigiano: infatti tale settore non fruisce delle prestazioni INPS
in riferimento alla CIG, nel nostro territorio in questo ultimo
anno vi è stato un ricorso massiccio al fondo garanzia del
salario promosso dai due Enti Bilaterali –EBRET e FILA-, la
preponderanza dei ricorsi alle sospensioni del lavoro è presente
nel settore moda – tessili, abbigliamento, calzaturieri –
i dati del 2002 sono a dimostrare questa tendenza. Sospensioni EBRET
hanno interessato n° 831 lavoratori per un totale di ore in
sospensione 99.530 (ore non lavorate)
Se consideriamo quindi nell’insieme i dati di raffronto disponibili
a livello locale (produzione, export, mercato del lavoro della realtà
e CIG) rispetto ai valori nazionali e regionali, non solo emerge
una maggiore debolezza del modello toscano, di fronte alla congiunturale
negativa, ma al suo interno una ancora più marcata per quanto
riguarda il nostro territorio. Ovviamente una analisi più
accurata e con più parametri di riferimento potrebbe offrire
una lettura più articolata e affidabile, però i dati
di riferimento possono senz’altro portare a questa conclusione,
di cui occorre certo approfondire il livello di occasionalità
e l’incidenza invece di elementi di carattere strutturale.
Il rapporto di fine anno dell’IRPET tenta una prima analisi
del rapporto tra congiuntura economica ed effetti sul sistema industriale
toscano ed alcune previsioni. La congiuntura economica in atto è
di segno recessivo dalla seconda metà del 2001 e le previsioni
per il futuro sono quanto mai complesse, sia per le problematiche
legate alla crescita del debito pubblico e dell’inflazione
in Italia , sia alle tensioni internazionali. Una previsione di
ripresa dei consumi a scala mondiale potrebbe fondarsi sulla “norma”
che ormai vede i cicli economici abbastanza costanti e ridotti nel
tempo, visto che l’ ampiezza dello stesso non si discosta
di molto da quelli precedenti.
C’è però una forte incognita sulle ragioni che
dovrebbero produrre una crescita dei consumi, visto che il reddito
disponibile non sembra poter crescere in modo significativo, ma
soprattutto per il possibile diffondersi di una sensazione di insicurezza
, effetto del dal binomio terrorismo-conflitti) che può deprimere
consumi e crescita anche con conseguenze importanti nel medio lungo
periodo.
Incognite particolarmente pesanti per l’industria toscana
che è fortemente concentrata sulla produzione dei beni di
consumo, con un peso preponderante del settore moda (40% del totale)
rispetto ad altri sistemi produttivi delle regioni industrializzate,
e con una fortissima vocazione alle esportazioni.. Esportazione
che, oltre al mercato europeo, si rivolge ai mercati nordamericani
e asiatici in proporzione assai più elevata rispetto alla
media italiana. E’ evidente che le condizioni di una ripresa
della crescita sono fortemente legate ad una nuova espansione dei
consumi in qualche parte rilevante del mondo, in grado di trainare
la domanda mondiale. Il riferimento è quindi principalmente
agli USA, stante il clima strutturalmente depresso dell’Europa
e le ancora maggiori difficoltà del mercato interno alle
prese con una finanza pubblica che non consentirà, probabilmente
per anni, atteggiamenti espansivi. Non ci sono però elementi
di conferma sulla ripresa dei consumi statunitensi, né tantomeno
che gli stessi siano orientati a beni di consumo, in genere di alta
qualità, come quelli offerti dalla Toscana. L’insicurezza,
oltre ad aumentare il costo della circolazione delle merci con maggior
oneri che possono ridurre la competitività dei prodotti,
può determinare un orientamento verso altri tipi di consumo,
comprimendo quelli più effimeri (come la moda).
Insomma, in un clima internazionale gravato da un maggior senso
di insicurezza, un’economia come quella toscana, orientata
sui grandi mercati internazionali con la vendita di prodotti di
largo consumo destinate ai ceti medi dei paesi ricchi del mondo,
sembrerebbe destinata a subire maggiormente gli effetti negativi
del nuovo contesto mondiale.
In ogni caso, conclude l’IRPET, per una ripresa
dei consumi occorrono politiche realizzabili solo dai governi nazionali
e sopranazionali, le possibilità di incidere a livello regionale
sono pressoché nulle. Ha maggior senso tentare di valutare
quali sono le caratteristiche e gli elementi di trend che determinano
questa maggiore debolezza e sensibilità del sistema produttivo
toscano su cui poter intervenire.
La caratteristica più evidente è la dimensione di
impresa fortemente ridotta e parcellizzata media addetto 4,97 (a
Pistoia 4,2) e una eccessiva concentrazione verso produzioni di
consumo o con forte specializzazione.
Un altro dato significativo che emerge è la bassa propensione
ad investire, minore rispetto alle aree più forti del Paese,
ancora più evidente se raffrontata alla forte capacità
di risparmio.
L’apparato produttivo toscano è sostanzialmente caratterizzato
da un minor costo del lavoro rispetto al centro nord, da bassa intensità
di capitale e con margini di profitto più ridotti. Un sistema
ad alta densità di lavoro ma meno qualificato, (e peggio
retribuito) complessivamente con livelli di produttività
e creazione di valore aggiunto più basso rispetto alle regioni
più sviluppate.
Un sistema con poca coesione e poco capace di fare sistema. Ad esempio
gli investimenti in macchinari delle imprese toscane vengono realizzate
nella regione solo per il 49% del valore. Il Veneto, con una struttura
produttiva simile a quella toscana, ne realizza il 68.5% , L’Emilia
Romagna addirittura il 75%.
Inoltre un’ulteriore debolezza è dettata dalla poca
presenza di aziende leader. Parte rilevante delle imprese lavora
conto terzi per aziende leader localizzate fuori del proprio territorio
e della Regione. Il che produce un ruolo debole dei distretti industriali
e che soprattutto espone ad ulteriori rischi per il futuro dettati
dal crescente peso dei paesi di nuova industrializzazione, proprio
nei settori di maggior specializzazione della Toscana.
Inoltre i processi di concentrazione, produttiva-finanziaria-commerciale
e distributiva, già molto forte in altri comparti, è
in crescita proprio verso i settori forti dell’economia toscana.
Ciò che può determinare un effetto di sostituzione
di produzioni regionali con produttori dei paesi extraeuropei e
dei paesi di nuovo ingresso nell’Europa Unita. Un fenomeno
che è già presente attraverso la delocalizzazione
delle produzioni ma che può accelerarsi e soprattutto essere
determinato da leader non locali a dai processi di concentrazione
stessi. Pare che la nostra Provincia sia un caso emblematico; assistiamo
infatti ad una forte diminuzione di aziende industriali pensiamo
che non sia possibile mantenere una concentrazione di sole aziende
artigiane. Se da un lato Pistoia dimostra una forte capacità
di adattamento sulla multisettorialità, dall’altro
riteniamo che sia indispensabile avere punti di riferimento nella
media e grande industria. Questo abbinamento lo consideriamo indispensabile
per la capacità innata dell’industria strutturata di
adeguarsi alla competitività internazionale, ed a una disponibilità
ad immettere Know-how e risorse per nuove tecnologie. Ci appare
così indispensabile nei vari distretti avere aziende di riferimento
di una certa consistenza industriale. Ad esempio dubitiamo che nella
nostra montagna si possa sostituire una presenza industriale come
l’Europa Metalli con l’attivazione di piccole aziende
come previsto dai nuovi insediamenti. E’ necessario un forte
rilancio d’investimenti da parte di Europa Metalli, solo così
anche la piccola azienda può entrare in un circolo virtuoso
di stabilità imprenditoriale.
A partire da queste analisi e considerazioni, ma
non solo, emerge con sufficiente chiarezza la necessità di
rafforzare complessivamente la competitività del sistema
industriale toscano, agendo su più direttrici. Orientandolo
verso produzioni più stabili e a maggiore intensità
di capitale e tecnologia, meno sensibili alla domanda di consumo
delle famiglie e meno esposti all’aggressività dei
paesi emergenti. Ciò che offre inoltre una maggiore valorizzazione
delle risorse umane a fronte di una richiesta oggi troppo orientata
a lavori di basso profilo, in considerazione anche dell’entrata
a regime degli accordi commerciali internazionali che dal 2005 liberalizzeranno
per esempio i traffici di merci in tutto il settore tessile e abbigliamento.
Predisponendo quindi politiche di rafforzamento del sistema d’impresa
oggi più diffuso , attraverso processi di integrazione e
aggregazione, sviluppando capacità di leadership all’interno
dei distretti.
E’ necessario puntare anche
su sistemi di protezione nuovi, in previsione della caduta di quelli
tradizionali che agiscono sulle quote di apertura dei mercati, fondati
sulle certificazioni di qualità ambientale (EMAS , ISO 14001..)
e certificazioni etiche, con verifiche indipendenti, che hanno il
vantaggio di produrre anche effetti in termini di crescita del valore
aggiunto, ma anche riproporre con forza la richiesta di una legge
per il Made in Italy, respinta irragionevolmente dal Governo. L’istituzione
di consorzi e di altre forme di aggregazione d’impresa con
questi specifici scopi può essere determinante per favorire
un processo di crescita della dimensione di impresa e della capacità
di investimento ed innovazione.
Orientarsi insomma nella direzione che la Commissione Europea indica
come priorità per l’intero continente.
Questa analisi e questi filoni di ragionamento possono
e devono essere validi solo a dimensione regionale o lo sono, e
forse a maggior ragione, anche per ciò che riguarda l’industria
della provincia? La nostra convinzione va sicuramente in questa
direzione.
Un ulteriore elemento di comparazione della nostra
struttura locale è data proprio dalla dimensione d’impresa
che si colloca nella fascia più bassa della regione. Se la
media regionale è di 4.97 addetti per impresa (industria
e artigianato), le uniche province a vocazione industriale forte
che si collocano al di sotto dei 5 addetti sono Pistoia con 4.27
e Prato (4.21) seguite solo da Massa e Grosseto che hanno l’indice
di presenza industriale e di PIL più basse della regione.
Anche la nostra esperienza sul campo conferma questa
convinzione, che la situazione locale è determinata dalla
esasperazione delle dinamiche più critiche registrate a livello
regionale. Nel corso degli anni più fattori di crisi hanno
investito quasi tutte le aziende storiche del nostro territorio,alcune
sono in ancora in corso altre ce le aspettiamo, purtroppo nei prossimi
mesi. Non solo nel comparto moda, per sue caratteristiche più
esposto, ma anche in tutti gli altri settori. Molte aziende significative
sono state oggetto di acquisizione da parte di aziende (più
o meno leader) non locali, spesso con risultati negativi, citiamo
solo a titolo di esempio Permaflex, Ricciarelli-Sasib e Class, Gruppo
Radici.
La propensione in questi anni di queste aziende è stata quella
esclusiva della produzione, mentre le decisioni di natura strategica
e il ruolo del menager veniva assunte in altre parti del paese fuori
dalla nostra realtà, quasi che le aziende in loco fossero
dei reparti staccati dalle rispettive case madri
A fronte di questo non sono nate nuove industrie e, se si escludono
una o due eccezioni nel settore alimentare, nessuna azienda è
cresciuta, nessuna si è sviluppata passando da piccola a
media o grande. Neppure valorizzando quelle opportunità di
crescita che si presentano come, ad esempio, il positivo andamento
di Ansaldobreda e la decisione di rivolgersi ad un decentramento
nel territorio, con uno specifico protocollo d’intesa.
In questi anni molti prodotti nuovi hanno invaso i mercati o sono
diventati consumi di massa. Nessuna di queste produzioni ha trovato
spazio nelle nostra Provincia. Si resta per lo più concentrati
in settori di nicchia che vanno riducendo i propri spazi di mercato.
L’impressione forte è che non vi sia
la necessaria consapevolezza né nelle istituzioni economiche
deputate né nelle associazioni di categoria, che spesso si
limitano a lanciare gridi di allarme e a rivendicare investimenti
pubblici in infrastrutture. Non vogliamo certo trascurare questo
elemento sicuramente importante, ma non può essere elemento
sostitutivo della necessità di investire nelle imprese o
di riaggregare un sistema eccessivamente disperso e parcellizzato.
In questo quadro gli stessi distretti di pmi (forse con la sola
eccezione del calzaturiero) trovano difficoltà ad affermarsi
come tali, a definire politiche di sistema e a far sviluppare funzioni
di leadership vuoi alla singola azienda vuoi assegnate a strumenti
partecipati.
Eppure non mancano certo le caratteristiche proprie di distretto
in vari settori
(mobile – subfornitura metalmeccanica – cartario –
maglieria) spesso anche a forte localizzazione e con possibilità
di collegamento con aree adiacenti e collegate con la stessa caratterizzazione
e che offrono quindi la possibilità di agire sull’intera
filiera produttiva.
Ma per sfruttare positivamente le potenzialità esistenti
e le occasioni, pur limitate, di interventi pubblici di sostegno
come il progetto per il sistema moda della Regione Toscana o altri
che potremmo rivendicare per il nostro territorio, occorre mettere
in campo una capacità progettuale che finora è mancata.
La proposta che intendiamo avanzare alle associazioni
imprenditoriali e successivamente alle istituzioni è quella
di dotarsi di strumenti di confronto che possano contribuire a individuare
politiche efficaci di intervento, in cui le nostre rivendicazioni
di maggior investimento e di valorizzazione delle risorse umane
e di aumento della qualità dell’occupazione, siano
parte integrante di un percorso di qualificazione del sistema produttiva
che veda coinvolte le risorse economiche ma anche intellettuali
del territorio.
Ciò che oggi occorre definire non è
una serie di proposte più o meno tradizionali o innovative
che siano, ma partire da una metodica del confronto che sia funzionale
alla individuazione di percorsi e politiche condivise.
Alcune ipotesi che possiamo mettere in campo sono:
-Costituzione di uno strumento in grado di rilevare
e analizzare gli andamenti economici, produttivi e del sistema d’impresa,
anche con funzioni di monitoraggio e approfondimento degli aspetti
qualitativi e non solo quantitativi dell’occupazione, che
veda la partecipazione e anche la compartecipazione delle parti
sociali e delle Istituzioni economiche e politiche, del sistema
bancario, (pensiamo in particolare alla Fondazione Cassa di Risparmio
che ha come scopo quello di contribuire e sostenere lo sviluppo
locale), e aperto al contributo delle facoltà universitarie
che sono una nuova risorsa intellettuale e progettuale, finora non
sfruttata, nel territorio.
Il vantaggio, rispetto al ricorso alle forme di ricerca ordinarie,
sta non solo nella diretta partecipazione degli attori coinvolti,
che di per sé rappresenta un elemento positivo, ma è
soprattutto quello di orientare opportunamente gli elementi su cui
indagare, qualitativi oltre che numerici, per settori o con dimensione
di distretto, e rivolti anche a valutare la qualità dell’occupazione
e del lavoro. Parametri che solitamente sfuggono alle ricerche dei
vari istituti ma che sono però incisivi non solo per la condizione
economica e sociale dei lavoratori ma che, specie per il sommerso,
assumono le caratteristiche di una concorrenza sleale tra le imprese,
e che richiedono una maggiore attività di controllo nel territorio
da parte degli organi ispettivi.
-La costituzione di un’Agorà degli attori dell’economia
locale e delle oo.ss., (da valutare in questo senso la partecipazione
diretta o quale tipo di relazione da parte delle Istituzioni locali)
per elaborare singoli progetti di intervento, per filiera, per distretto
e via dicendo, in grado di agire in modo coordinato con più
strumenti su:
- la promozione dei prodotti
- le certificazioni ambientali (EMAS, ISO 14001) e etiche
- la promozione di marchi di qualità e di marchi territoriali
- l’innovazione dei prodotti
- la formazione del personale sia per l’inserimento , sia
quella continua per la qualificazione
- l’accesso al credito
- la carenza di aree industriali
- i fabbisogni infrastrutturali
- la sicurezza sui luoghi di lavoro
senza escludere scenari di più ampio respiro a livello di
piani strategici di sviluppo ed altro.
CGIL CISL UIL Pistoia
Pistoia, marzo 2003
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