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COSA FA

Lo SPI-CGIL è il sindacato generale di tutti gli anziani e pensionati.

Con i suoi tre milioni di iscritti è la più grande organizzazione sindacale dei pensionati in Italia ed in Europa. Organizza gli anziani ed i pensionati di tutte le categorie pubbliche e private. Si batte per la tutela dei diritti, del ruolo sociale dei pensionati e degli anziani.
Contribuisce ai programmi ed all’azione più generale degli anziani, in particolare sui temi della riforma dello stato sociale.

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STRUTTURA

Segretario Generale:
Andrea Brachi

Segreteria:
Sergio Frosini
Laura Puccini

la memoria al presente (da Il Manifesto)

 Per non dimenticare (di Mauro Ravarino, articolo publbicato sul Manifesto del 10 agosto 2018)

Era un agosto caldo e di fatica. Soffiava il vento della xenofobia, i politici alzavano il tiro e le fake news erano il pane quotidiano. Francia, Camargue, 1893. Gli straccioni, i ladri di lavoro e potenzialmente delinquenti non avevano attraversato il mare, ma valicato i monti. Gli emigranti erano italiani, piemontesi e toscani soprattutto, impiegati a cottimo per raccogliere il sale.
La tensione si tagliava col coltello. Fu una falsa voce, che si sparse rapidamente, a farla esplodere il 17 agosto: in una rissa, dissero, hanno ammazzato quattro francesi, i responsabili sono es italienes. Partì la vendetta. Fu un massacro. Morirono dieci operai italiani: i torinesi Vittorio Caffaro, 29 anni di Pinerolo, e Bartolomeo Calori, 26 anni di Torino; i cuneesi Giovanni Bonetto, 31 anni di Frassino, e Giuseppe Merlo, 29 anni di Centallo; l’alessandrino Carlo Tasso, 58 anni di Cerrina; l’astigiano Secondo Torchio, 24 anni di Tigliole; il savonese Lorenzo Rolando, 31 anni di Altare; il bergamasco Paolo Zanetti, 29 anni di Alzano Lombardo; il toscano Amaddio Caponi, 35 anni di San Miniato. Sconosciuta l’identità del decimo. Un centinaio i feriti.
Una strage poco conosciuta, spesso negata. Centoventicinque anni dopo, la Francia, o meglio il comune di Aigues-Mortes, la ricorda. Sulla facciata del municipio verrà apposta una targa: «In memoria dei 10 operai italiani vittime della xenofobia durante gli eventi del 17 agosto 1893. In omaggio ai giusti: Jacques Eugène Mauger (abate), Adélaide Fontaine (panettiera), madame Goulay. E ai cittadini di Aigues-Mortes che diedero prova di coraggio e d’umanità».
Venticinque anni fa è stato uno storico italiano a levare il velo di ipocrisia attorno alla tragedia: Enzo Barnabà, siciliano di nascita e ventimigliese d’adozione, francesista, autore di Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893.

Professor Barnabà, finalmente, dopo 125 anni, una lapide ad Aigues-Mortes ricorderà il massacro di dieci italiani ferocemente uccisi. Perché c’è voluto così tanto?
Ad Aigues-Mortes, per decenni, il negazionismo e le ricostruzioni di comodo l’hanno fatta da padroni. Un vecchio signore mi raccontava che quando era piccolo i genitori ne parlavano a bassa voce per non far sentire i bambini. Nel 1993, quando è uscita l’edizione francese del mio libro, si è fatto in modo che non venisse messo in vendita nei negozi cittadini per non turbare le frotte di turisti (molti dei quali italiani) che percorrevano allegramente le strade dell’orribile eccidio. Il ricco dossier che mi ha permesso di ricostruire i fatti era sparito dall’Archivio provinciale. Gli armadi in cui vengono rinchiusi gli scheletri, però, finiscono per essere aperti dagli storici e dagli scrittori. Prima c’è stato il mio Sang des Marais, successivamente il romanzo catartico di Christian Liger, La Nuit de Faraman, e poi il saggio di Noiriel. Il sindaco Pierre Mauméjan, pur essendo di destra, ha deliberato la posa della lapide che sarà effettuata il 17 agosto in pieno centro cittadino. Un atto dovuto, ma coraggioso: Aigues-Mortes è una città in cui xenofobia ed estrema destra imperversano ancora.

Può ricostruire quanto accadde nel 1893?
Il sale era la principale risorsa della città. Durante la raccolta, che avveniva nella seconda metà di agosto e durava un paio di settimane, occorreva mano d’opera che venisse da fuori. Tradizionalmente gli stagionali erano contadini delle non lontane montagne delle Cévennes. Da quando la città era stata collegata alla rete ferroviaria nazionale, la produzione era però aumentata molto, e si fece appello a squadre provenienti in particolare dal Pisano e dal Piemonte. Si lavorava a cottimo. I ritmi erano insopportabili, ci si doveva «drogare» bevendo vino. La malaria infieriva e non c’era acqua per liberare la pelle dal sale. Un lavoro da bagno penale, come recitava un canto operaio. Mancavano i sindacati, gli italiani divennero i capri espiatori di un disagio più generale. Si sparse la voce (falsa) che durante una rissa gli italiani avessero ucciso quattro francesi e si mise in moto la vendetta. Centinaia di transalpini, armati di forconi, bastoni, pietre e anche di fucili, per un’intera giornata presero a dare la caccia all’italiano. Bilancio: dieci morti e un centinaio di feriti.

Perché in quei giorni in Francia si respirava un clima di odio? Ci fu l’intervento della polizia per fermare le violenze o si chiuse un occhio?
Si era in piena campagna elettorale. I partiti xenofobi non le mandavano a dire. Il candidato Maurice Barrès, per esempio, agitava un pamphlet intitolato Contre les Étrangers. Cesare Lombroso parlava di «punture di spillo, ripetute in continuazione da politici ciechi che finiscono per generare odi i quali, benché creati artificialmente, non sono meno potenti degli altri». Va anche ricordata la rivalità tra i due Paesi: guerra doganale, Triplice Alleanza, Tunisia. I poliziotti fecero il possibile, ma erano troppo pochi. A quei tempi, si utilizzava piuttosto l’esercito. Un reparto di cavalleria venne mobilitato, ma aspettò invano per ore alla stazione di Nîmes l’ordine di partire. Quando giunse ad Aigues-Mortes, era tardi. Le responsabilità furono insabbiate.

Come si svolgeva e chi controllava l’emigrazione italiana?
Come scrisse in quei giorni Critica Sociale, si trattava di «un’alluvione umana lenta e continua». Il neonato Partito Socialista non aveva forze sufficienti per incidere sul fenomeno. Ad Aigues-Mortes, sui circa 500 italiani presenti nelle saline, un centinaio era stabilmente emigrato nella regione di Marsiglia, gli altri venivano reclutati da caporali (bayle in occitano) che rivendevano il loro lavoro alla Compagnia delle Saline. Gli operai dunque non venivano assunti e la Compagnia non ne conosceva neppure il nome: portavano un cartoncino con scritto un numero e il nome del loro caporale.

Ci furono dei «giusti» tra i francesi?
Sì, le responsabilità sono sempre individuali. Di alcuni conosciamo il nome, come quello del parroco che difese con grande coraggio gli italiani, affermando che un prete non può fare distinzioni di lingua o nazionalità. E la signora Gouley, che morì a causa di un colpo ricevuto nel tentativo di proteggere un italiano. Diversi anonimi diedero riparo a nostri connazionali.

Si svolse un processo su quei fatti ? Come finì la vicenda?
Fu frettoloso e giocato sulla falsa affermazione del «sangue francese versato per primo», oltre che sull’opportunità di non turbare la ritrovata concordia tra le due «sorelle latine». Crispi, dopo aver cavalcato l’ondata nazionalista che in Italia fece seguito alla strage e scalzato Giolitti, una volta al governo si dimostrò molto conciliante. Malgrado la rigorosa arringa del pubblico ministero, la giuria popolare non volle assumersi responsabilità ed emise uno scandaloso verdetto di assoluzione generale. Come scrisse Michelle Perrot, ci si trovava di fronte a cadaveri che commuovevano ben poco l’opinione pubblica.

Perché ha deciso di studiare a fondo questo brutale massacro? Quali fonti ha consultato?
Nel 1976, giovane insegnante, fui nominato al liceo Daudet di Nîmes, il capoluogo del dipartimento. Ricordavo che a scuola un professore aveva accennato al massacro e volli saperne di più. Nessuno, al liceo, aveva mai sentito parlare della cosa, la Treccani parlava di «400 vittime buttate nel Rodano» (una fake, il fiume non passa da Aigues-Mortes). Le ricerche sono continuate per decenni: gli archivi italiani e francesi hanno un’enorme mole di materiale. Bisogna incrociare le fonti.

All’epoca psicosi e fake news giocarono un ruolo di primo piano, vede analogie con l’attualità italiana?
La stampa di estrema destra presentava gli italiani come delinquenti, accoltellatori, portatori di malattie e di una cultura inferiore. Si accusava il governo di non proteggere i lavoratori e si rivendicava la necessità di difendere l’identità francese. La contrapposizione «noi/loro» entrò largamente in campo. Si giunse al punto di dipingere i nostri immigrati come una quinta colonna che preparava l’invasione militare. Talvolta, sembra di leggere frasi scritte oggi. Per questo è necessario ricordare gli emigrati di Aigues-Mortes, vittime innocenti della violenza xenofoba.

Produzioni di merci a mezzo lavoro

Produzione di merci a mezzo di lavoro
di Giorgio Nebbia

Quattro più altri dodici, sono i braccianti morti in Puglia nel viaggio avanti e indietro dai campi; uno è l’autista morto nell’esplosione di un camion di gas sull’autostrada, eccetera. E in un solo giorno e si tratta di quei pochi che sono finiti sulle pagine dei giornali, senza contare gli altri che restano noti soltanto alle famiglie e all’INAIL.

I sedici morti del Foggiano erano in viaggio perché impiegati nella raccolta dei pomodori, proprio quelli che compriamo nel negozio freschi per l’insalata, o come conserve in bottiglia o che vengono esportati a beneficio dell’economia italiana. Insomma morti per la produzione di merci. Perché le merci non si producono a mezzo di denaro, e neanche a mezzo di merci, e neanche soltanto a mezzo di natura, come è stato scritto, ma si producono a mezzo di lavoro umano, di donne e uomini in carne e ossa.

Detta così, è una frase banale, ma in realtà si pensa poco, anche perché esistono dati molto limitati, sul “contenuto in lavoro” di ciascuna merce. Eppure sarebbe utile chiedersi chi ci ha permesso di possederla; se non altro per dire almeno un grazie.

Facciamo un piccolo esercizio proprio con una bottiglia di conserva di pomodoro: innanzitutto occorre il lavoro degli agricoltori che preparano la terra e seguono la crescita della pianta di pomodoro, poi quello di chi lo raccoglie, un lavoro faticoso sotto il sole, che abbiamo visto “assegnato” proprio ai più poveri e ai più affamati, spesso sfruttati da chi preleva parte dei loro magri salari per alloggiarli in modo indecoroso, per trasportarli avanti e indietro del campo con quei “pulmini” altrettanto indecoroso. E non sono solo stranieri, ma anche italiani poveri, perché ci sono anche italiani poveri che si adattano a qualsiasi lavoro e non chiamiamoli “umili” lavori per sopravvivere.

I pomodori fanno poi un lungo cammino, spesso in un camion guidato da un lavoratore esposto a tutti i pericoli della strada, amplificati dalla fretta e dal caldo e dalla stanchezza. Alla fine arrivano alla fabbrica dove altri lavoratrici e lavoratori li lavano, selezionano, avviano alle macchine che li trasformano in sugo.

Nella stessa macchina alla fine del ciclo la conserva viene posta in una bottiglia di vetro che è stata fabbricata da altri lavoratori, in qualche lontano posto, fondendo ad alta temperatura sabbia silicea e soda e altri ingredienti, ciascuno fabbricato da altri lavoratori che non sanno dove il vetro andrà a finire e chi dovrà ringraziare il loro lavoro, senza il quale la conserva di pomodoro non arriverebbe mai al negozio. La bottiglia deve essere sigillata con un tappo metallico, fabbricato da qualcun altro e sulla bottiglia va applicata con la colla una etichetta, l’una e l’altra fabbricata da altri lavoratori. Infine la bottiglia di conserva viaggerà su automezzi guidati da un lavoratore e, una volta arrivata nel negozio, potremo portarla a casa grazie al lavoro della cassiera. Quante persone faticano, soffrono, talvolta muoiono per soddisfare le nostre necessità, anche per una banale bottiglia di conserva di pomodoro.

Esistono statistiche che indicano quanti addetti o quante ore di lavoro sono assorbiti ogni anno da ciascun settore produttivo, ma il numero di ore di lavoro e il numero di addetti dicono poco su “chi” sono quelli che dedicano un’ora della propria vita per produrre un euro di ricchezza, o un chilo di merce, o per permettere ad una persona ad una merce di percorrere un chilometro, e su dove quei “chi” hanno lavorato, su una piattaforma petrolifera, guidando un camion o un treno, davanti ad un macchinario, o mungendo una mucca, eccetera.

Senza contare che ormai, con la globalizzazione, il ”chi” ha lavorato per farci avere la merce o l’oggetto che stiamo usando può avere la pelle di qualsiasi colore e vivere in qualsiasi paese della Terra. Ogni tanto ci sono risvegli di conoscenza e di coscienza quando qualche forma di violenza raggiunge le pagine dei giornali; è stato il caso della scoperta che il minerale contenente tantalio, in Congo, era estratto da lavoratori quasi schiavi. La storia del coltan insanguinato, dei diamanti insanguinati, è stata conosciuta, spesso grazie alle organizzazioni missionarie.

Ma la storia naturale del lavoro è ancora più lunga; le merci usate non scompaiono; li chiamiamo “rifiuti”, quelli domestici urbani, quelli “speciali”, 150 milioni di tonnellate all’anno in Italia. Ci siamo sempre detto che i rifiuti non scompaiono, che è opportuno smaltirli correttamente, che anzi è meglio riciclarli, ma si pensa poco anche qui a “chi” fa queste operazioni che molti non farebbero neanche per sogno; li sento, dalla finestra della mia camera, la mattina presto, quando svuotano i cassonetti facendo i conti con l’inciviltà di tanti animali urbani che lasciano le “immondizie” per terra, magari gli stessi che si lamentano perché un giorno gli “operatori ecologici” non sono venuti a svuotare i cassonetti.

Per non dire che una parte dei rifiuti viene esportata dove altri lavoratori, in genere in qualche paese povero, per pochi poveri soldi, spesso donne o bambini, razzolano fra tali rifiuti dei ricchi per ricavarne qualcosa di vendibile o di ancora utilizzabile. E chi poi pratica il recupero, per esempio, di metalli e materiali utili dai rifiuti elettronici che ne contengono in quantità, lo fa spesso fra fumi e acidi tossici.

Si lavora per soldi, naturalmente, per una paga che il datore di lavoro misura sulla base del prezzo a cui venderà la merce per assicurarsi un profitto, per cui la paga non ha niente a che fare con la fatica, il dolore, i bisogni, la vita delle lavoratrici o dei lavoratori. E’ il capitalismo, bellezza. Se non ti va bene, questa è la porta. Ma ci sarà mai un mondo in cui il lavoro è felicità, orgoglio di fare cose buone e non solo armi o veleni, un mezzo con cui la lavoratrice e il lavoratore offre una parte della sua vita per risolvere problemi umani dei suoi simili ?

Decreto "dignità"...il commento della CGIL

Care compagne/i,

ha in queste ore concluso il suo percorso in Parlamento il decreto definito Dignità .
In questa nota non riprendiamo i giudizi già espressi al momento della sua uscita ed in audizione , ma ci limitiamo a evidenziarvi le principali novità intervenute in sede di conversione in legge .
Il titolo scelto per il primo provvedimento del Governo M5S/Lega è impegnativo e, francamente, eccessivo ed inopportuno.
Pur partendo da un obiettivo in gran parte condivisibile e niente affatto scontato , come appunto quello del mettere al centro dell’intervento la dignità del lavoro, quindi la sua centralità e il suo valore , contrastando la precarietà , alla fine appare come un intervento poco coraggioso, disorganico e fortemente contraddittorio con gli obiettivi citati per le scelte fatte , a partire da quella sui voucher .
E’infatti quello sui voucher il principale intervento di modifica del decreto, su cui non torniamo perché già oggetto di una nota ad hoc .
Una idea sbagliata per i lavoratori e pericolosa per il Paese che continua a inseguire la logica del lavoro mordi e fuggi, poco retribuito e dequalificato, che svilisce competenze e professionalità , che propone questo lavoro come soluzione per settori strategici per l’economia del Paese quali il turismo e l’agricoltura.
Di tutto abbiamo bisogno , tranne che di altro lavoro povero, che non offra prospettiva.
Il provvedimento somma questioni molto differenti in modo disorganico e con interventi parziali che non porteranno particolari benefici se non sostenuti da un intervento organico di contrasto alla precarietà e , per le modifiche introdotte , contraddice nei fatti l’obiettivo da cui si muoveva inizialmente.

Di seguito illustriamo i cambiamenti più significativi nella conversione in legge , con un primo breve commento :

• Viene introdotta per la disciplina a tempo determinato, anche della somministrazione, la fase transitoria . Le nuove norme troveranno applicazione per tutti i contratti a tempo determinato stipulati dopo l'entrata in vigore del decreto ovvero a partire dal 14 luglio 2018 e ai rinnovi ed alle proroghe successive al 31/10/2018. Per i tempi determinati viene altresì specificato che quelli che superano i 12 mesi , senza causali, si trasformano a tempo indeterminato. La fase transitoria , pur positiva , nella sua gestione potrà generare confusione per il collocamento temporale delle scadenze dei contratti , per i quali se pre o post 13 luglio o pre o post 31 ottobre si prevedono modalità e condizioni di rinnovo o proroga diverse.
Rimane, in un intervento teso a ridurre il ricorso al tempo determinato, che giudichiamo positivo, il limite del non aver messo la causale all’inizio del contratto, cosa che potrebbe determinare un abuso dei contratti inferiori a 12 mesi , elevando ulteriormente il turn over ;

• Viene introdotto una nuova norma di esonero contributivo in caso di contratto a tutele crescenti ( per il 2019/2020) per i lavoratori, mai assunti a tempo indeterminato , fino a 35 anni di età , per 36 mesi , per il 50% , fino ad un massimo di 3000 €. Continuiamo a pensare che la strada degli incentivi temporanei sul tempo indeterminato non generi particolari benefici, rispetto alle risorse investite che potrebbero invece essere destinate agli investimenti ;

• Sulla somministrazione . Viene esentata dai limiti introdotti la somministrazione per i lavoratori portuali, si inserisce una normativa sulla somministrazione fraudolenta , si specifica che le causali sono riferite all’utilizzatore, viene evitato lo stop and go, si introduce un limite percentuale del 30% per tempo determinato e somministrazione a tempo determinato .Questa parte, pur intervenendo su evidenti contraddizioni da più parti segnalate, non è risolutiva delle questioni da noi proposte ;

• Vengono riviste le indennità per licenziamento illegittimo per giusta causa o giustificato motivo oggettivo , che salgono a 6 / 36 mensilità , e quelle nella offerta conciliativa che salgono a 3/27 , come minimo e massimo. Anche in questo caso resta il grave atto del non aver sostenuto la reintegra, pure proposta nella discussione parlamentare e di non affrontare, in modo più organico la disciplina del decreto legislativo 23/2015. Nemmeno l’innalzamento delle mensilità per il risarcimento , pur costituendo di per se’ un segnale apprezzabile , può da solo ritenersi una misura che risponde a criteri di giustizia e di proporzionalità . Rimangono infatti irrisolti due problemi: la rigidità del sistema di calcolo e l’impossibilità da parte del giudice di calibrare il risarcimento in capo al lavoratore, aspetti cruciali su cui attendiamo le valutazioni della Corte Costituzionale ;
• L’incremento del contributo addizionale ad ogni rinnovo di contratto a termine non viene applicato al lavoro domestico ;

• Viene previsto che per il triennio 2019/2021 una quota delle assunzioni autorizzate delle regioni debba essere destinata al potenziamento dei Centri per l’Impiego.Norma che dà il segno della centralità posta sul ruolo dei CPI ma senza alcuna cogenza;

• Vengono inserite due norme finalizzate alla continuità didattica. La prima riguarda il differimento fino al giugno prossimo degli insegnanti con diploma magistrale che dopo una sentenza del consiglio di Stato non hanno più l’abilitazione all’insegnamento e la contestuale definizione di un concorso straordinario. La seconda riguarda l’eliminazione del tetto dei 36 mesi per i precari della scuola che superano i 36 mesi. Le norme non risolvono il problema dei diplomati magistrali, anzi rendono la loro posizione ancora più precaria. La norma sui 36 mesi è un primo passo ma in generale servono sforzi diversi e maggiori per assicurare la stabilità del personale ;

• Nelle norme sul contrasto alle delocalizzazioni viene specificato che la perdita degli incentivi e’ totale per chi determina una riduzione del personale in misura superiore al 50%, proporzionata per riduzioni di personale inferiori . Non vengono recuperati gli incentivi se i beni che sono incentivati sono per loro natura destinati all’uso in più luoghi e vengono spostati temporaneamente .Viene specificato che le somme recuperate per le sanzioni saranno destinate ad un fondo per finanziare i contratti di sviluppo per la riconversione dei siti in disuso. Rimane il giudizio già espresso, specie in riferimento all’assenza di interventi sugli ammortizzatori ;

• Nella parte dedicata al contrasto al gioco d’azzardo vengono inserite le ‘formule di avvertimento ‘ , messaggi sui tagliandi dei gratta e vinci che avvertono i giocatori del rischio . Viene previsto il logo NO SLOT per quegli esercizi che non tengono all’interno macchine da gioco e vengono innalzate le sanzioni per chi viola i divieti sulle pubblicità dei giochi o sulle sponsorizzazioni . Rimane positivo il giudizio già espresso, anche se andranno affrontate con adeguati strumenti le ricadute occupazionali nel settore ;

• Sulla parte fiscale del decreto , seguito delle proteste degli operatori del settore, salta l'anticipo al luglio 2018 dell'obbligo di fatturazione elettronica per le cessioni di carburante ( mentre è auspicabile che il sistema della fatturazione elettronica parta nel 2019 ) e si riapre per il 2018 la possibilità, già prevista per il 2014 dal Decreto 145/2013, di compensare le cartelle esattoriali affidate agli agenti entro il 31 dicembre 2017 in presenza di crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, per somministrazione, forniture, appalti e servizi, anche professionali, maturati nei confronti della pubblica amministrazione e certificati secondo le modalità previste. Anche in questo caso rimane il giudizio già espresso su questa parte del decreto, che contiene misure che non rispondono alla necessità di una redistribuzione del prelievo e del reddito , oltre che al rafforzamento delle misura a contrasto di evasione e di elusione fiscale .

Sperando che questa prima integrazione possa essere utile , nei prossimi giorni predisporremo ulteriore materiale .

Un caro saluto

La Segretaria Confederale
Tania Scacchetti

Pomodori e altro....

Care compagne e compagni,

anche in questi giorni di ferie continuano a giungere notizie tragiche dal e sul mondo del lavoro.
L'ipocresia ormai ci pervade. I politici, i "nuovi" governanti si scandalizzano, rilasciano interviste e promettono interventi risolutivi.

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